Viviamo un momento storico per la professione infermieristica. L’intelligenza artificiale non bussa più alla porta della pratica clinica: è già dentro, ridisegna i flussi documentali, interroga le banche dati, apprende dai pattern assistenziali e restituisce — in tempi impensabili fino a pochi anni fa — raccomandazioni diagnostiche, piani di cura predittivi e sintesi cliniche elaborate. Tutto questo, però, è possibile soltanto a condizione che i dati infermieristici siano raccolti in modo strutturato, non ambiguo, semanticamente interoperabile.
Ed è qui, esattamente qui, che si misura la vera posta in gioco della scelta terminologica. Una scelta che in Italia si continua a rinviare, o peggio ad affrontare con criteri che sembrano più legati a tradizioni accademiche consolidate che alla realtà tecnica e normativa del presente.
Partiamo dai fatti.
SNOMED CT: uno standard che ormai non si discute
SNOMED CT — Systematized Nomenclature of Medicine Clinical Terms — è oggi adottata in oltre ottanta Paesi come terminologia clinica di riferimento per la documentazione elettronica della salute. Non si tratta di una scelta auspicabile: è la scelta compiuta, operativa, che struttura sistemi informativi in funzione da anni. In Inghilterra il NHS ha reso obbligatorio l’utilizzo di SNOMED CT per tutti i sistemi di cartella clinica elettronica dei medici di medicina generale e delle strutture ospedaliere, e comprendendo la pratica infermieristica ovviamente. In Irlanda, Danimarca, Svezia, Lituania, Spagna, Belgio e Norvegia l’integrazione è profonda e costituisce la spina dorsale dell’infrastruttura terminologica nazionale anche per gli infermieri. Negli Stati Uniti è standard federale per i sistemi di scambio elettronico di dati clinici. Canada, Australia e Nuova Zelanda vi hanno fondato le rispettive architetture di interoperabilità sanitaria digitale.
Attraverso SNOMED CT tutte le professioni possono documentare a partire dalle professioni con cui giornalmente si opera congiuntamente in area ospedaliera o meno: ostetriche, fisioterapisti, tecnici. SNOMED CT comprende ogni aspetto e ogni device e presidio dell’assistenza sanitaria nel suo complesso. E non è un dato da poco e sopratutto fa parlare tutti lo stesso linguaggio e gli stessi codici.
A livello europeo, il quadro è ancora più chiaro. L’Unione Europea, attraverso l’Agenzia esecutiva per la salute e il digitale (HaDEA), ha deciso di finanziare fino al 2027 il sessanta per cento dei costi di adesione degli Stati membri a SNOMED International, nell’ambito della costruzione dello European Health Data Space. Manca purtroppo l’Italia che ha un accesso parziale a SNOMED, lasciando alcune strategie a livello regionale nelle more del complessivo passaggio. L’obiettivo dichiarato è garantire che i dati clinici dei cittadini europei siano portabili, confrontabili e leggibili attraverso i confini nazionali senza perdita semantica. In questo quadro SNOMED CT non è un’opzione: è il canale attraverso cui deve passare l’interoperabilità transfrontaliera. Tutto ciò che non vi transita nativamente è destinato a dover essere rimappato, con costi, rischi e ambiguità che è irresponsabile ignorare in fase di progettazione.

ICNP e il Nursing Practice Refset: la scelta europea per la pratica infermieristica
All’interno di questo ecosistema, la componente infermieristica ha un riferimento preciso: la Classificazione Internazionale per la Pratica Infermieristica — ICNP — sviluppata dall’International Council of Nurses, unico standard terminologico infermieristico riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e integrato, dal 2021, in SNOMED CT come Nursing Practice Reference Set. La versione 2026 del refset comprende alcuni nuovi concetti attivi, organizzati nelle gerarchie Clinical Finding, Procedure e Situation with Explicit Context di SNOMED CT, con aggiornamenti continui e un meccanismo di governance internazionale che coinvolge un Editorial Board. Anche la versione 2026 come quelle già in “produzione” sarà tradotta in italiano dal Centro Italiano Ricerca e Sviluppo ICNP (www.icnp.center)
La scelta di integrare ICNP in SNOMED CT non è stata casuale né meramente formale: risponde all’esigenza fondamentale di tenere la pratica infermieristica connessa al più vasto paesaggio informativo della salute globale. ICNP è nata per i sistemi digitali, è costruita con logica ontologica, i suoi concetti sono inequivoci e direttamente processabili dai sistemi informativi senza necessità di reinterpretazione. Essa copre diagnosi, interventi e outcomes in un unico sistema coerente, mappato cross-linguisticamente, disponibile gratuitamente nel Global Patient Set per i Paesi membri di SNOMED International.
Numerosi Paesi europei la utilizzano come standard nazionale per la documentazione infermieristica. In Italia è operativo il Centro Ricerca e sviluppo ICNP, sviluppato da CNAI fin dal 2014 e ospitato presso l’Università di Milano Bicocca sotto la direzione della Prof. Stefania Di Mauro.
La rete dei centri collaborativi ICN — diciannove in tutto il mondo — testimonia una maturità operativa che non ha paragoni nel panorama delle terminologie specificamente infermieristiche.
Il nodo NANDA e le criticità di un sistema incompleto
È a questo punto che si impone una riflessione che, per quanto scomoda, non può essere elusa. In una parte significativa delle istituzioni formative e di alcune scelte implementative in corso nel nostro Paese, si continua a fare riferimento a NANDA International (ora ridenominata INKA). La questione non riguarda il valore intrinseco di NANDA come strumento educativo: nessuno mette in discussione il contributo che la tassonomia nordamericana ha dato alla formazione del ragionamento clinico infermieristico. Ciò che occorre mettere a fuoco, senza infingimenti, è la distanza abissale tra ciò per cui NANDA è stata progettata e ciò che si richiede oggi a una terminologia destinata all’informatizzazione.
NANDA, nella sua concezione originaria, è stato di fatto sviluppato e utilizzato per scopi accademici e didattici, pensato per insegnare il processo di ragionamento clinico attraverso un impianto multiassiale molto complesso. È uno strumento potente in aula; è uno strumento problematico nei sistemi informativi. Le sue 267 diagnosi — formulate in modo volutamente ampio e necessariamente specificate attraverso livelli inferiori di problemi, eziologie e caratteristiche definenti — producono un sistema che, per essere effettivamente utilizzato, richiede un numero di concetti che supera abbondantemente le diecimila unità. Queste non sono etichette pronte per la macchina: sono costruzioni linguistiche che il sistema informatico deve reinterpretare, contestualizzare, disambiguare caso per caso ed in molti casi riportare e codificare con ICNP.
Ma c’è di più, e qui il discorso si fa ancora più critico. NANDA, da sola, è un disegno monco. Copre esclusivamente la componente diagnostica del processo infermieristico, priva di qualsiasi integrazione nativa con la parte degli interventi e degli outcomes. Chi ha pensato, anche in Italia, di adottarla isolatamente, senza il completamento di NIC e NOC, ha di fatto scelto un sistema concepito come parte di una triade — il cosiddetto framework NNN — e lo ha separato dalle sue fondamenta operative. Il risultato è che si documenta il problema senza documentare sistematicamente cosa si fa e con quale risultato, il che contraddice i principi stessi del processo infermieristico e rende i dati raccolti sostanzialmente non confrontabili con quelli di nessun altro Paese che adotti standard internazionali.
E anche volendo considerare l’intero framework NNN, il problema non si risolve. NANDA, NIC e NOC non sono, se non parzialmente, mappati a SNOMED CT, mentre ICNP rappresenta il reference set dell’area: ogni dato documentato con queste terminologie necessita di una successiva operazione di rimappatura per diventare interoperabile. A ciò si aggiunge il fatto che ci sono stringenti vincoli di copyright, con licenze d’uso che prevedono, in diversi casi, accordi che implicano il trasferimento anche se in forma cumulativa di dati sulla salute in altro continente, con implicazioni non banali sotto il profilo del GDPR e della sovranità digitale europea.
Rispetto a questo quadro, ICNP si pone in modo radicalmente diverso: è un sistema terminologico completo — diagnosi, interventi e outcomes — nativamente progettato per i sistemi digitali, costruito con logica computazionale, privo di ambiguità interpretative, integrato in SNOMED CT e disponibile senza oneri di licenza per i Paesi membri. La differenza non è di dettaglio: è di paradigma.
L’Italia, i gruppi regolatori e la tentazione dell’originalità improduttiva
Di fronte a questo scenario, ci si aspetterebbe che i gruppi regolatori italiani — quelli chiamati a definire le specifiche terminologiche per i sistemi informativi sanitari regionali e nazionali — adottassero un approccio pragmatico, fondato sull’analisi comparativa delle opzioni disponibili, scevro da posizioni di principio precostituite e coerente con il quadro europeo di riferimento.
Invece, in più contesti, si assiste a scelte che sembrano dettate da inerzie consolidate piuttosto che da un’analisi rigorosa delle implicazioni tecniche e normative.
La tendenza a percorrere strade autonome, nella convinzione — raramente esplicitata ma spesso implicita nelle decisioni operative — di poter affermare un’identità nazionale distinta dallo standard europeo, produce il risultato paradossale di rendere l’Italia meno competitiva, più isolata e più esposta a costi di adeguamento futuri.
Non si tratta di un giudizio severo: si tratta di leggere i numeri e le norme. Il Decreto Ministeriale del 12 luglio 2022 sull’attuazione del Fascicolo Sanitario Elettronico ha previsto, in modo esplicito — alla pagina novantaquattro del testo — l’adozione di SNOMED CT e conseguentemente di ICNP come standard per la rappresentazione dei dati clinici infermieristici. Questa previsione, che avrebbe già dovuto trovare attuazione, risulta ad oggi disattesa. Ogni scelta tecnica che si discosti da questo riferimento normativo non è semplicemente subottimale: si pone in potenziale contrasto con il quadro regolatorio vigente e rischia di dover essere corretta in corsa, con dispendio ulteriore di risorse pubbliche.
La moderazione con cui si esprime questa preoccupazione non deve essere confusa con acquiescenza. È possibile — e auspicabile — che il confronto tra terminologie diverse si svolga su basi rigorosamente tecniche e comparative, senza che le preferenze accademiche distanti dalla scelte europee con cui dobbiamo confrontarci di specifici ambienti costituiscano un fattore determinante nelle scelte di sistema.
L’obiettivo non è affermare una terminologia contro un’altra in termini di valore assoluto: è garantire che la scelta sia coerente con i vincoli normativi europei e nazionali, sostenibile economicamente nel lungo periodo e immediatamente interoperabile con i sistemi degli altri Paesi dell’Unione. Su questi criteri oggettivi, ICNP integrata in SNOMED CT non ha, allo stato attuale, alternative documentate che reggano il confronto.
L’intelligenza artificiale come rivelatore di qualità terminologica
L’avvento massivo dell’intelligenza artificiale nella pratica clinica ha reso questo nodo ancora più stringente. I modelli di AI — dai sistemi di documentazione ambientale agli algoritmi predittivi per il deterioramento clinico — apprendono da dati strutturati. La qualità dell’output è funzione diretta della qualità dell’input. Dati raccolti con terminologie ambigue, non ontologicamente fondate, prive di mapping a standard internazionali, producono modelli addestrati su basi fragili, con rischi di bias, di errori sistematici e di risultati non trasferibili ad altri contesti. I sistemi di AI che attualmente dimostrano le maggiori performance cliniche — quelli che riducono documentalmente il burnout degli operatori, che anticipano la sepsi con ore di anticipo sui protocolli convenzionali, che ottimizzano la gestione dei carichi di lavoro infermieristici — funzionano su dati codificati con standard interoperabili. Non è una coincidenza: è la logica strutturale di questi sistemi.
ICNP, per le sue caratteristiche intrinseche di costruzione ontologica e per la sua integrazione in SNOMED CT, si presta in modo nativo all’elaborazione computazionale e all’alimentazione di modelli di intelligenza artificiale applicati alla pratica infermieristica. Il futuro della professione — e la capacità degli infermieri italiani di partecipare alle reti internazionali di ricerca, innovazione e governance clinica — dipende anche dalla qualità terminologica dei dati che oggi raccogliamo. Continuare a documentare con etichette che richiedono reinterpretazione, o con sistemi frammentati e privi di interoperabilità nativa, significa costruire un debito informativo che le generazioni future di professionisti dovranno saldare, con interessi.
Una conclusione aperta
Non si chiede un cambiamento immediato e traumatico. Si chiede un confronto serio, documentato, plurale, che assuma come bussola i vincoli normativi del DM 12 luglio 2022, le indicazioni dello European Health Data Space, le evidenze prodotte dalla letteratura internazionale di informatica infermieristica e le esperienze già operative in numerosi Paesi europei. Si chiede che le scelte terminologiche siano trattate come ciò che sono: decisioni strategiche di lungo periodo, con implicazioni tecniche, economiche, giuridiche e professionali che meritano il rigore che si riserva a qualsiasi investimento strutturale nei sistemi sanitari.
L’Italia ha le competenze per farlo. Ha centri di ricerca, università, associazioni professionali e organismi tecnici capaci di contribuire a questo confronto in modo autorevole. Quello che manca, e che si auspica con forza, è la disponibilità a deporre le rendite di posizione disciplinari in favore di un allineamento che è già dovuto per legge e che — se perseguito con tempestività — potrebbe ancora consentire al sistema infermieristico italiano di giocare un ruolo attivo nella costruzione dello spazio europeo dei dati sanitari, anziché inseguirlo affannosamente da una posizione di ritardo accumulato.
Walter De Caro
Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermiere/i — CNAI
