Recenti e meno recenti assunzioni di posizione in ambito ordinistico sembrano restituire l’immagine di una marcata autoreferenzialità istituzionale, come se ci fosse un solo ed unico attore legittimato a pensare, organizzare e difendere l’infermieristica italiana.
È una prospettiva che non appare soltanto concettualmente fragile, ma che, sul piano dei valori repubblicani, della libertà e della salute stessa del dibattito professionale, può destare non solo in alcuni una legittima preoccupazione.
Conviene affermarlo con nettezza, poiché di rado se ne fa pubblica e onesta disamina: per gli Ordini professionali, in ogni circostanza, prevale in modo assoluto l’interesse pubblico.
È la legge a stabilirlo, è la natura giuridica stessa dell’ente a imporlo. L’Ordine è un ente pubblico non economico che opera quale organo sussidiario dello Stato: la sua azione non può che essere imparziale, orientata alla tutela del cittadino e vincolata al mandato legale. Ne discende che, allorquando l’interesse della categoria, quello degli infermieri ad esempio, entri in tensione con quello della collettività e della tutela pubblica, esso assume una natura strutturalmente recessiva. Non si tratta di un limite, bensì della ragione costitutiva degli Ordini. È, tuttavia, una distinzione fondamentale che andrebbe comunicata con trasparenza agli iscritti, obbligati per norma, i quali sovente ripongono nell’istituzione ordinistica un’aspettativa di rappresentanza che ad essa, per impianto giuridico, non compete.
È proprio da questa tensione irrisolta che può originare un rischio concreto: un’istituzione che, omettendo di delimitare con chiarezza il proprio mandato, si estende, senza nessun confronto a voler colmare spazi che non le appartengono. Il pericolo è quello di una progressiva sovrapposizione con i campi propri delle associazioni professionali, delle società scientifiche e dei sindacati, con il conseguente impoverimento di quel pluralismo che costituisce l’ossigeno vitale di ogni professione intellettualmente matura.
Facendo un parallelismo, in comunicazioni diffuse su più fronti pare talvolta emergere una confusione tra livelli che dovrebbero restare rigorosamente distinti: i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero le prestazioni che lo Stato garantisce al cittadino), il FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico, strumento digitale orientato al paziente) e le terminologie professionali standardizzate (diagnosi, interventi ed outcomes, secondo sistemi quali ICNP o NNN). I primi due rispondono al cittadino e all’architettura dei servizi; i linguaggi professionali, al contrario, orientano le scelte di policy interna alla professione. Non è questione di mero dettaglio tecnico: vi si può leggere una difficoltà nel separare la funzione ordinistica da quella di sviluppo professionale e scientifico.
Lo stesso vale per la presenza di gruppi a connotazione tipicamente specialistica all’interno degli ordini, anche in presenza di associazioni scientifiche mature e solidamente strutturate. O l’ipotesi che attività tipicamente “volontarie” e in tutto il mondo costruite intorno alle Associazioni Professionali, come la certificazione delle competenze vadano a diventare un nuovo presidio ordinistico e burocratico. Terminologie, certificazione, modelli clinico-assistenziali, evoluzione della professione non sono materia da centralizzare per via burocratica: esigono ricerca, dibattito accademico e validazione scientifica. Appartengono, di diritto, alle associazioni professionali e scientifiche, al mondo di chi esercita sul campo la professione e all’accademia. Che ovviamente può e si deve estendere un confronto di co-costruzione ampia con lo Stato e le Regioni e non solo, anche ad esempio di partnership pubblico e privato: creare spazi che virtuosamente si congiungono con l’interesse pubblico e nei quali la professione evolve al meglio.
Un’analoga sovrapposizione può cogliersi sul fronte contrattuale e organizzativo, ove ricorrono richiami del tipo «pur non essendo un sindacato, sentiamo il dovere di intervenire», o si giunge a ipotizzare una scomposizione della tutela del lavoro, immaginando una componente giuridica di pertinenza ordinistica e una meramente economica di competenza sindacale. Orbene, i contratti e le condizioni di lavoro sono presidio esclusivo dei sindacati. Non possono tollerare interferenze ordinistiche, neppure quando si presentino sotto formule e dichiarazioni ambigue. Tale ambiguità è una scorciatoia che danneggia l’intero sistema: l’Ordine ne snatura l’identità, il sindacato ne risulta delegittimato e, in ultima analisi, è il professionista a pagarne il prezzo, restando privo di una tutela giuridicamente definita.
La tabella che segue, adattata da Benton et al. (2017), esplicita con chiarezza funzioni che restano per loro natura distinte.
In questo quadro, un Ordine che si spinga nel campo delle società scientifiche, dei sindacati o dell’università non rafforza la professione: rischia di indebolirla - molto. . Perché può trasformare una comunità professionale in una struttura a connotazione verticistica, nella quale le idee non circolano per merito ma per autorizzazione.
E perché — ed è forse il danno più sottile — un’istituzione che opera senza pluralismo interno finisce per portare al tavolo del governo e delle istituzioni una sola voce, già mediata, già appiattita: non il fermento vivo di una professione che discute, dissente e si confronta, ma una sintesi interna ad una singola istituzione ordinistica che neutralizza le idee prima ancora che raggiungano chi decide. Il governo non ascolta la professione: ascolta chi dice di parlare per essa.
A questo si aggiunge una questione di legittimità strutturale che la giurisprudenza nazionale ed europea ha più volte chiarito in via generale: un ente ordinistico che agisce come se fosse un’associazione di categoria — perseguendo in via prevalente gli interessi contingenti del gruppo piuttosto che l’interesse pubblico che costituisce il suo unico mandato — non si limita a eccedere le proprie competenze. Tradisce la propria ragione d’essere. E, così facendo, svuota di senso proprio quella tutela del cittadino che dovrebbe essere la sua unica bussola.
La salute di una professione non si misura dall’unità di facciata né dalla capillarità istituzionale del suo Ordine. Si misura dalla vitalità delle sue associazioni, dalla qualità delle sue società scientifiche, dalla forza negoziale dei suoi sindacati, dalla libertà intellettuale dei suoi accademici. Si misura dalla capacità di tenere insieme — distinguendoli — il piano della regolazione pubblica, il piano della conoscenza e il piano della rappresentanza professionale e del lavoro.
Questa non è una requisitoria contro alcun Ordine. È un invito a ritrovare un perimetro. L’Ordine faccia l’Ordine: gestisca l’albo con rigore, eserciti la funzione disciplinare senza cedimenti corporativi, vigili sull’esercizio abusivo della professione, contribuisca con autorevolezza al dibattito regolatorio. È molto. È necessario. È insostituibile.
Ma lasci alle associazioni professionali e scientifiche, al mondo professionale e accademico ampiamente inteso, il governo epistemico della professione, lasci a queste il compito di produrre, organizzare e legittimare la conoscenza (i.e. lo sviluppo professionale, la formazione, le competenze, le terminologie, i modelli clinici, le classificazioni, la certificazione, la ricerca)
Lasci ai sindacati il tavolo contrattuale e la tutela giuridica dei lavoratori, auspicando che anch’essi, quali libere associazioni, dialoghino con le associazioni professionali in un’osmosi capace di moltiplicare l’efficacia dell’azione.
E lasci, senza timori e senza contrapposizioni, al vasto mondo del libero associazionismo il compito di rappresentare la vivacità interna della categoria, i suoi fronti culturali, le sue minoranze creative, aiutandoli e supportandoli, anziché puntare a sostituirli.
Eppure — e questo è il punto che più preme affermare — nulla di quanto scritto vuole alimentare fratture. Al contrario: la consapevolezza dei confini è la premessa indispensabile di qualsiasi alleanza autentica. Non si può costruire un dialogo stabile su ruoli confusi, né una collaborazione duratura su sovrapposizioni mai riconosciute. Proprio per questo, si auspica con forza che Ordini, associazioni professionali e scientifiche e Sindacati trovino la volontà di confronti strutturati e non episodici. Dove ciascuno porta la propria legittimità specifica, dove nessuno pretende di parlare per tutti e dove l’infermieristica italiana, nella sua complessità, possa finalmente esprimere tutta la propria intelligenza collettiva.
Le professioni che hanno saputo costruire questi ecosistemi di dialogo — in Europa come altrove — non sono quelle che hanno trovato un leader più forte. Sono quelle che hanno trovato un metodo più maturo.
È questo il passaggio che l’infermieristica italiana può ancora compiere. Ed è un passaggio che nessun attore, da solo, può fare al posto degli altri.
Una professione matura non ha bisogno di un centro unico che governi ogni cosa. Ha bisogno di un ecosistema. E un ecosistema sano richiede, prima di tutto, che ciascuno conosca il proprio habitat.
Walter De Caro (w.decaro@gmail.com)



Gentile Dott. De Caro,
sono un suo estimatore da sempre. Tuttavia, stavolta sento il bisogno di commentare il suo post perché proprio in queste settimane tra le Professioni sanitarie "non infermieristiche" sta succedendo un fenomeno contrario a quanto da Lei descritto.
Centinaia di professionisti si stanno organizzando in una "quarta forma". Forma ulteriore a Ordini, Sindacati e Associazioni scientifiche.
Come già successo con ANPSE, i professionisti danno vita ad Associazioni di categoria.
Perché?
Probabilmente per i seguenti motivi:
1) Se gli Ordini sono enti sussudiari dello Stato, perché le tasse sono a carico dei professionisti?
Ma soprattutto, perché non tutelano i cittadini anche aumentano l'autonomia delle Professioni?
Un esempio: lobby medicocentriche hanno annientato la diagnostica per immagini al servizio della popolazione, anche sopprimendo l'autonomia dei tecnici di radiologia. E così oggi abbiamo tanti piccoli ospedali, con tanti tecnici e pochi esami per carenza di radiologia... laddove più tecnici autonomi avrebbero reso più efficiente il SSN.
Per cui, a noi mancano questo tipo di Ordini. Soprattutto quando ci aumentano del 50% le tasse l'anno per pagare indennità da 250.000 euro a mandato elettorale!
2) I Sindacati sono trasversali. Nell'essere per tutti, quando la coperta è corta, non lo sono per nessuno. O non certo per la giustizia sociale.
Stanchi di Sindacati che appoggiano soprattutto gli infermieri, è nato SAPIS che guarda a tutti ... ma in particolare alle Professioni tecnico sanitarie.
Massima frammentazione in un tutti contro tutti.
3) Associazioni scientifiche.
Nulla da dire.
Ma da noi TSRM PSTRP sono finanziate dagli Ordini e FNO!
I soldi non fanno la felicità ma garantiscono libertà. Per cui, se li mette qualcun altro...
Concludendo, in un Paese normale ci sarebbero gli Albi gestiti dal Ministero (come in tutta Europa) e non gli Ordini le cui indennità sono pagate da noi "per legge".
In un Paese normale non ci sarebbe un sindacalista di un Nurs che prende l'impegno in ARAN di lottare contro le indennità dei TSRM (caso di 3 giorni fa). Perché tutti difenderebbero la giustizia sociale e non il proprio campanile.
In un Paese normale le associazioni sarebbero scientifiche perché fanno ricerca e linee guida. Con finanziamenti liberali e non condizionati.
Per cui, molti si uniscono in gruppi liberi per protestare contro Ordini e Sindacati italiani. Invidiando l'autonomia dei radiographer inglesi e il coraggio dei sindacati francesi.