“Care” è differente da “Cure”: gli effetti sull'identità infermieristica
In italiano la parola cura è splendida ma ambigua: indica al tempo stesso la terapia che mira a eliminare una malattia e l’attenzione concreta verso una persona vulnerabile. L’inglese opera invece una distinzione più netta, tra cure e care, che non è una raffinatezza linguistica ma una linea di confine epistemologico.
Cure = cura inteso principalmente come l’intervento terapeutico orientato a guarire, eliminare o controllare la patologia. La sua domanda guida è: che cosa ha questo paziente?
Care = prendersi cura, assistere: la pratica competente, relazionale e continua rivolta alla persona che vive la malattia. La sua domanda guida è: chi è questa persona che sta attraversando questa condizione, e di che cosa ha bisogno per affrontarla?
In italiano, di norma, il care viene spesso tradotto con assistenza o con prendersi cura che vuole includere presenza, responsabilità, osservazione clinica, educazione terapeutica, advocacy, competenza tecnica e capacità di adattare il piano assistenziale alla vita reale della persona.
Il Cambridge Dictionary conferma che il nucleo semantico di cure è il “rendere di nuovo sano” chi è malato. Ma la medicina contemporanea non produce sempre “cure” in senso forte: molte condizioni croniche, oncologiche avanzate, degenerative o psichiatriche non vengono eliminate, bensì accompagnate, stabilizzate, palliate (ten Have & Gordijn, 2024). Da qui il principio infermieristico essenziale: quando non si può sempre curare, si deve sempre assistere e prendersi cura — non come gesto sentimentale, ma come pratica professionale fondata su conoscenze, giudizio clinico e responsabilità etica (Armstrong, 2024).
La cure domanda perfezione e standardizzazione; il care domanda accompagnamento e adattamento. Victor Montori, in una recente conversazione con Thomas Lee per NEJM Catalyst (2025), ha articolato la differenza con efficacia esemplare. La cure (cura) — l’operazione di cataratta, l’identificazione del batterio e del giusto antibiotico — è il lavoro che facciamo per “riparare” i problemi: deve essere fatto perfettamente, la prima volta, senza variazioni. Il care, invece, è il lavoro longitudinale con chi convive con una condizione che richiede assistenza, dove l’obiettivo non è trovare una guarigione ma «gestire i sintomi, mitigare gli effetti avversi dei trattamenti, far fronte a risultati deludenti, prevenire le complicanze». In questo secondo caso, dice Montori, «il lavoro consiste nel fare in modo che la cura si adatti alla vita delle persone», mentre nel primo «il lavoro consiste nel renderla perfetta» (Montori & Lee, 2025).
Applicare gli standard della cure al lavoro del care — pretendere cioè perfezione e azzeramento della variabilità là dove servono flessibilità e relazione — produce, avverte Montori, danno morale e burnout negli operatori, e ritraumatizzazione nei pazienti.
Ad esempio, il rapporto dell’International Council of Nurses Nursing and Primary Health Care (ICN, 2024) ribadisce una distinzione che nel dibattito italiano viene sistematicamente appiattita. Citando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il documento chiarisce che Primary Care (tradotto frequentemente con Cure Primarie e quindi rendendo cure=care, uguale nella semplificazione) è il processo clinico di primo contatto — promozione, prevenzione, trattamento, riabilitazione, palliazione — mentre la Primary Health Care (tradotta frequentemente Assistenza sanitaria primaria) è un approccio whole-of-society fondato su tre pilastri: 1) le cure primarie integrate con le funzioni di sanità pubblica; 2) le politiche, le policy e le azioni multisettoriali sui determinanti sociali della salute e 3) l’empowerment di individui e comunità (WHO; ICN, 2024).
Il Consiglio Internazionale degli Infermieri, di cui CNAI è membro per l’Italia dal 1949, è chiarissimo: il raggiungimento della Copertura Sanitaria Universale non si ottiene moltiplicando solo le prestazioni cliniche (Primary Care), ma rigenerando la Primary Health Care. In questo scenario l’infermiere non deve essere solo esecutore di “cure” in ambienti ambulatoriali o domiciliari, ma protagonista della coordinazione assistenziale, dell’educazione terapeutica, dell’advocacy e dell’empowerment comunitario; l’infermieristica di famiglia e comunità, le Advanced Practice Nurses e i nurse-led models operano proprio nell’intersezione tra clinica, contesto sociale e biografia del paziente (ICN, 2024).
Alla luce di questa distinzione, la terminologia adottata nell’Allegato ministeriale ai Decreti sulle Classi di Laurea Magistrale (LM/SNT1) delle Scienze Infermieristiche denominate “specialistiche” (in contraddizione alla Legge 43/2006), appare, a giudizio di chi scrive, una scelta infelice e concettualmente regressiva. Il testo ricorre con insistenza a espressioni come “cure primarie”, “cure neonatali e pediatriche”, “cure intensive ed emergenza” e, in modo ancor più discutibile, parla di “cure infermieristiche” (ad esempio: “Valutare gli esiti delle cure infermieristiche erogate”). Le ragioni del dissenso sono quattro.
1) un’identità professionale offuscata. Designare l’agire infermieristico solo come “cura” significa adottare il vocabolario del curing biomedico per nominare ciò che è propriamente caring. L’infermiere non eradica solo la patologia con il bisturi o l’antibiotico e pure se potesse farlo lo fà con una visione che valuta, prende in carico, educa, coordina, protegge. Sostituire il prendersi cura con la “cura” rischia di subordinare implicitamente il valore dell’agire infermieristico al paradigma curativo, vanificando decenni di costruzione teorica della disciplina (Watson; Swanson, 1991, 1993).
2) una visione ferma alla Primary Care. Istituendo lo specialista nelle “Cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità”, il testo si arresta alla Primary Care e non recepisce la Primary Health Care raccomandata da ICN e OMS. È un paradosso interno al documento stesso: tra le competenze elencate compaiono empowerment, azione sui determinanti sociali, attivazione di reti formali e informali — cioè PHC e community nursing — mentre la denominazione le comprime nella logica prestazionale.
3): il paradosso dell’area critica. Anche “cure intensive” sposta il baricentro sulla macchina e sul parametro vitale. L’essenza dell’infermieristica intensiva non è la terapia rianimatoria, ma l’assistenza in area intensiva: protezione della dignità del paziente, prevenzione delle complicanze, gestione del dolore, accompagnamento della famiglia. La parola “cura” rischia qui di oscurare la dimensione umanizzante a vantaggio della sola tecnicalità.
4) un’imprecisione evitabile. L’inglese nursing care trova in italiano traduzioni precise e stabili — assistenza infermieristica . Adottare “cura” non eleva la professione: ne confonde l’oggetto, annegando la specificità del care in un generico orizzonte terapeutico.
Un errore diffuso è considerare il prendersi cura come “non misurabile”. Al contrario: lo studio europeo RN4CAST ha documentato associazioni tra dotazione e livello formativo degli infermieri e mortalità ospedaliera (Aiken et al., 2014), e la letteratura sulla missed nursing care collega l’assistenza omessa a peggiori esiti ed eventi avversi (revisioni sistematiche). Il care è dunque condizione clinica e organizzativa della sicurezza, non gentilezza accessoria. La sua base teorica è solida: dal modello biopsicosociale di Engel, passando alla Theory of Human Caring di Watson, fino all’informed caring.
Se il care non viene nominato, non viene insegnato; se non viene insegnato, non viene valutato; se non viene valutato, viene tagliato dai turni e dai budget.
Conclusione: si cura quando è possibile, ci si prende cura sempre
Mentre il dibattito internazionale a partire dal documento ICN (2024) chiede agli infermieri di guidare la rigenerazione della Primary Health Care attraverso la potenza olistica del care, l’ordinamento italiano sceglie di nominare quell’agire con la lingua del cure. Non è una sfumatura: è una cornice concettuale che rischia di tradire l’essenza della professione. L’infermieristica non deve aspirare a diventare una “scienza delle cure”, ma rivendicare con rigore di essere la massima espressione professionale dell’assistenza e del prendersi cura — la disciplina che sta nel punto in cui la terapia diventa vita quotidiana, in cui il protocollo incontra l’unicità, in cui l’efficacia clinica deve farsi sostenibile per una persona concreta.
La cura (cure), al di là dei modelli, agiscono prevalentemente sulla patologia; il care degli infermieri, l’assistenza infermieristica, la nursing care agisce sulla relazione tra patologia, persona, ambiente e progetto di vita. Cure senza care può guarire un organo e perdere una persona; il prendersi cura senza cura può consolare senza trattare. La buona pratica clinica richiede entrambi — e li chiama con il loro nome esatto.
Riferimenti bibliografici
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